
Recentemente i vari Tg hanno mostrato il disastro ambientale avvenuto nel Myanmar a causa dell’uragano Nargis ma è più importante ricordare questo paese per i tanti anni di violazioni di diritti umani che sono stati perpetrati dal loro Governo e analizzare come l’Europa si è posta di fronte a tutto ciò.
La Birmania/Myanmar, con una popolazione di 50 milioni di abitanti, è uno dei paesi meno sviluppati nel mondo. Dopo la sua indipendenza, avvenuta in buona parte nel 1948, il Paese ha vissuto una serie di guerre civili, caratterizzate dalla lotta di forze governative contro comunisti insorgenti, da ribellioni etniche e da milizie dei c.d. “signori della droga”. La Birmania è sconvolta da 50 anni di conflitti interni, sia etnici che politici. Essi riguardano soprattutto i movimenti indipendentisti delle etnie minoritarie Karen e Shan e Wa, contro cui il governo combatte da tempo commettendo genocidi e deportazioni di massa. La posta in palio è il dominio sui ricchi territori di piantagioni d’oppio al confine con la Thailandia e il controllo del narcotraffico. Dal 1996, quando la lotta si è intensificata, si contano migliaia di morti e centinaia di migliaia di rifugiati in Thailandia e Bangladesh. L’esercito birmano, infatti, al fine di rafforzare l’offensiva militare lungo il confine con la Thailandia, ha disseminato di mine le risaie della zona abitata dall’etnia Karen impedendo di fatto la raccolta del riso, unico bene di sussistenza per quelle popolazioni. Questo ha determinato l’esodo massiccio di migliaia di persone verso i campi profughi a ridosso del confine birmano/tailandese.
Dal 1962, la Birmania/Myanmar è stata caratterizzata da una dittatura militare, ad eccezione di un periodo di governo da parte di un partito unico (1974-1988).
I partititi politici, tra cui il vincitore delle elezioni del 1990 e la Lega Nazionale per la Democrazia (LND) non possono agire liberamente. Daw Aung San Suu Kyi, il presidente dell’LND, è attualmente agli arresti domiciliari.
L’attuale situazione in Birmania/Myanmar è motivo di profonda preoccupazione. Le condizioni nella quale versano il popolo birmano, i gruppi etnici, i movimenti d’opposizione, il Premio Nobel per la Pace (che è stato ritirato da altri, poiché non le è stato permesso a causa degli arresti domiciliari) Aung San Suu Kyi, sono inaccettabili.
A dispetto delle sue grandi risorse naturali, la Birmania è un paese povero. La corruzione e l’isolamento sulla scena internazionale hanno contribuito ad una stagnazione economica.
La Cina è il maggiore partner commerciale dei birmani in base agli scambi che nel 2006 hanno toccato un miliardo e 460 milioni di dollari. I russi sono invece i maggiori sponsor militari della Giunta, specie per gli armamenti pesanti. La Birmania è ricca di petrolio (anche se è priva di impianti adatti alla sua raffinazione, tanto da dover importare la benzina) e di gas naturale, che viene quasi unicamente esportato verso Pechino e Nuova Delhi, un altro alleato diplomatico e commerciale di prima importanza. Anche lo stesso turismo, paradossalmente, affossa ogni giorno di più le speranze che questa gente possa trovare la libertà, poiché finanzia indirettamente la Giunta Militare tuttora al Governo.
Nel 1997, l’UE ha ritirato alla Birmania i privilegi accordati in base al titolo di SPG (preferenze tariffarie generalizzate) a causa delle sue pratiche di lavoro forzato e ha escluso il paese dal programma “tutto salvo le armi” che ha avuto inizio nel 2001 a favore dei Paesi meno sviluppati. Tuttavia, l’UE resta uno dei principali destinatari dell’esportazione.
Le intenzioni dell’UE rispetto alla Birmania/Myanmar sono definite nella posizione comune, che è stata adottata per la prima volta nell’ottobre del 1996. La posizione comune, rinnovata semestralmente, mira, tramite un uso equilibrato di incentivi e di sanzioni, a sostenere un processo di riconciliazione nazionale sostanziale, che porti alla restaurazione della democrazia ed al rispetto dei diritti umani. Per avere un quadro completo sulla situazione internazionale della Birmania bisogna ricordare che, la Birmania non è parte del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici; né del Patto Internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali del 1966 e della Convenzione contro la tortura e altre pene disumane e degradanti del 1984. Inoltre non è uno Stato aderente alla Convenzione del 1951 relativa allo Statuto dei rifugiati e al Protocollo del 1967.
Al contrario, è interessante notare come la Birmania abbia ratificato, nel ‘55, la Convenzione dell’ILO sul lavoro forzato e che questo non ha sicuramente impedito le sue continue violazioni rispetto a questa pratica disumana.
Le sanzioni europee sono state assolutamente inefficaci anche a causa dei tanti interessi economici che industrie ed aziende europee hanno in questo paese: vedi la Tamoil (francese) che è il principale acquirente di gas. La situazione che questo popolo sta vivendo è stata tollerata per troppo tempo, troppo a lungo il mondo ha posposto gli interessi economici a posizioni dure per la salvaguardia dei diritti umani fondamentali.
Solo pochi mesi fa le immagini della rivolta pacifica dei monaci buddisti, massacrati dai militari del regime aveva scandalizzato il mondo. Giorni e giorni sono passati ma di questo ormai non si parla più. Non si parla delle centinaia di persone che per aver manifestato il dissenso verso il Governo sono state arrestate, spesso uccise barbaramente per le strade, alcune volte finite sotto le ruote dei camion militari, e poi i loro corpi bruciati per occultare le prove dei massacri. Tentativi imbarazzanti sono stati fatti dalla Giunta militare al potere per riconciliarsi con i poveri monaci, costretti davanti agli occhi internazionali ad accettare doni come scuse per le azioni di violenza e repressione del governo.
Nel sito www.burmacampaign.com si possono reperire numerose informazioni riguardo l’evoluzione della situazione e a cosa si può fare concretamente. Dalle ultime notizie gli arresti domiciliari di Aung San Suu Kyi sono stati prorogati illegalmente e questa è una ulteriore sconfitta per il rispetto dei diritti umani. Il diritto ad un giusto processo, a ricevere un trattamento detentivo rispettoso di certi standard, ed anche la semplice libertà di pensiero, di espressione o di associazione politica è negata in Myanmar. Se solo provassimo a pensare che ciò di cui possiamo godere è impensabile per il popolo birmano, forse avremmo più a cuore la situazione di questo sfortunatissimo paese.
Eleonora Peruccacci





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