L’infelice titolo “La casta” del sublime libro di Stella e Rizzo è una palese contraddizione tra forma e contenuto. Se infatti tutti i politici, anche i meno importanti, godono di privilegi, ne deriva logicamente che siamo di fronte al contrario di una casta bensì al volgarmente detto “magna magna” che contenta tutti tranne i cittadini. Pertanto parto dal presupposto che le “caste” siano altre, tra cui annovero notai, farmacisti e giudici. Ce ne sono sicuramente ulteriori. Mi occupo solo di quelle che conosco. Rimandando la discussione in ordine alle ultime due figure, intendo fare alcune osservazioni e proposte in riferimento alla più grande casta italiana, unica al mondo ad essere tale.
L’evoluzione normativa del diritto civile e commerciale ha comportato sempre più competenze ai notai (patto di famiglia, delega alle esecuzioni immobiliari, progetti di divisione ereditaria, omologa degli atti societari, atto costitutivo di trust, atti di destinazione in genere ecc.), figura professionale assai limitata, munita del sigillo dello stato e tuttavia non retribuita con stipendio fisso dello Stato ma a seconda dei numerosissimi atti da essi stipulati.
La finalità di un ordinamento rapido ed efficiente deve invece essere quella di limitare la concentrazione di troppi atti solo su un pubblico ufficiale e di ridurre il più possibile il principio di esclusività degli atti.
È vero che il ruolo del notaio non può essere assimilato a quello di un semplice professionista privato, avendo esso ruolo di “cerniera”, tuttavia preme sottolineare che la ratiosuper partes del principio di esclusività e la conseguente garanzia di un organo terzo non può essere certo pregiudicata dal trasferimento di competenze da un operatore giuridico ad un altro (da un libero professionista, quale è il notaio, a un altro, cioè un avvocato, o, addirittura, a un cancelliere del Tribunale che, proprio in quanto non libero professionista, offrirebbe maggiori garanzie non avendo alcun interesse economico ad opporsi o meno alla stipula di un atto). Si evidenzia che un rogito notarile, così come qualunque atto, non è automaticamente valido potendo comunque essere invalidato pena una responsabilità, di solito irrisoria, del notaio.
In realtà lo Stato ha il compito intervenire al fine di evitare gli arbìtri della parte “forte” quando contratta con la parte “debole”, quest’ultima di solito il consumatore, talvolta anche un’impresa in posizione di dipendenza economica. In questi casi a poco rileva il ruolo di un organo c.d. super partes.
È di tutta evidenza che la professione notarile è un irragionevole ibrido: libero professionista ma dotato del sigillo dello Stato e con una concorrenza territoriale limitata.
Esso rappresenta una contraddizione propria solo del nostro ordinamento rispetto a quasi tutte le legislazione non solo d’Europa bensì addirittura del mondo.
Posto che nei sistemi di common law la figura del notaio, così come noi la intendiamo, non esiste, negli altri sistemi giuridici comunitari ed internazionali assolve comunque competenze diverse, quasi sempre più limitate. Di conseguenza pare opportuno ridiscuterne il ruolo tenendo ben presente gli interessi tutelati dalla loro funzione, sottolineando, senza demagogia, che essi, dalla dichiarazione dei redditi dell’ultimo treinnio, arrivano a guadagnare, in media, in una regione come il Trentino, 100.000 euro mensili. Purtroppo non ha alcun fondamento logico né utilità sociale la concentrazione di tanti atti e il conseguente alto reddito di questi professionisti. Infatti non graverebbe minimamente sullo Stato un aumento di questi pubblici ufficiali, trattandosi contraddittoriamente di liberi professionisti. Pensate che essi non coprono tutti i posti disponibili, sono poco più di seimila e dovrebbero essere più di diecimila. Infatti non basta essere in graduatoria ma occorre avere l’idoneità e spesso si verifica che su duecento posti disponibili solo 130 o 150 la riescano a conseguire.
Altra incoerenza sistematica è il fatto che essi sono liberi professionisti, tuttavia godono del privilegio della limitazione territoriale per circondario e, come appena detto, di numeri predeterminati a concorso, soffocando quella concorrenza che a livello comunitario hanno tutti i veri liberi professionisti.
Un punto cruciale che affligge la “casta”, quella vera, è il potere di autentica. Non si capisce per quale ragione non dovrebbe estendersi la possibilità di autenticare gli atti ad altri operatori del settore giuridico, ad esempio agli avvocati patrocinanti in Cassazione, con comprovata qualifica di civilisti attestata dall’Ordine di appartenenza, ovvero ai docenti universitari di prima o seconda fascia in materie giuridiche attinenti il diritto civile o commerciale.
Bisogna rendersi conto che nulla osta, da un punto di vista costituzionale né di opportunità politica, al diritto di autentica da parte di altri operatori di giustizia i quali, così come un notaio, ben possono avere competenze di tipo pubblicistico, svolgendo pur sempre un ruolo istituzionalmente rilevante.
Altro punto dolente è il principio di esclusività degli atti, i cosiddetti atti pubblici che, per chi non lo sapesse, sono atti che possono “rogare” solo i notai. Fra questi vi rientrano la donazione, il patto di famiglia, il testamento pubblico, atti costitutivi di società, eccetera.
Ebbene non si comprende, neanche in questo caso, per quale assurda ragione un cittadino, solo se per sua sfortuna vivente in Italia, debba ricorrere al filtro necessariamente notarile per regalare un immobile al figlio o avviare un’impresa magari di modeste dimensioni.
Se poi la classe politica pensa di rilanciare il Paese coinvolgendolo in una riforma che inevitabilmente e giustamente li renda meno ricchi finisce come la Tav in Val di Susa e gli scarichi di Pianura…perché ciò che conta in Italia sono solo gli interessi personali e corporativistici non quelli della collettività.
Avv. Giorgio Orlacchio





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divide et impera (da wikipedia)
Tecnica politica [modifica]
In politica e sociologia si utilizza per definire una strategia finalizzata al mantenimento di un territorio e/o di una popolazione, dividendo e frammentando il potere dell’opposizione in modo che non possa riunirsi contro un obiettivo comune. In realtà, questa strategia contribuisce ad evitare che una serie di piccole entità titolari di una quantità di potere ciascuna possano unirsi, formando un solo centro di potere, implementando così una nuova e unica entità più rilevante e pericolosa. Per evitare ciò, il potere centrale tende a dividere e a creare dissapori tra le fazioni, in modo che non trovino mai la possibilità di unirsi contro di lui.
Quindi questa tecnica permette ad un potere centrale, che può essere un governo dispotico, o un governatorato coloniale-imperialista, numericamente modesto, di governare e dominare su una popolazione sensibilmente più numerosa.
Elemento tipico di questa tecnica consiste nel creare o alimentare le faide e i dissapori tra le fazioni autoctone: facendo ciò si contribuisce all’indebolimento e al successivo deterioramento dei rapporti tra le fazioni o le tribù dominate, rendendo impossibili eventuali alleanze o coalizioni che potrebbero mettere in discussione il potere dominante. Altra caratteristica è il concedere aiuti e promuovere eventuali tendenze a rendersi disponibile e fedele al dominatore. Questa tecnica è applicabile solo se accompagnata da abilità e conoscenze politiche nei suoi campi specifici: scienze politiche, storia politica e psicologia generale e nella fattispecie politica.
Comunque il “divide et impera” risulta applicabile e rende risultati soddisfacenti, soprattutto se applicato a società frammentate e frammentarie, coinvolte già in uno scenario d’equilibrio tra le tribù o le fazioni interne. Venne applicata soprattutto per l’amministrazione dei grandi imperi, che grazie ad essa riuscirono a controllare territori con forze armate esigue.
se la nostra gente non legge e pensa a farsi eleggere come personaggi dei reality e apparire in tv allora ciò è veramnete preoccupante
BABBA 79
Sono praticante avvocato e concordo su molte cose dette sui notai con l’unica osservazione, mi sembra, che in tutti gli ordinamenti di civil law il notaio è un ibrido (libero professionista e pubblico ufficiale)
Però, per lo stesso principio, non capisco perchè un cittadino debba passare per il “filtro” dell’avvocato per andare in tribunale.
Io ho studiato diritto ho fatto 2 anni di pratica: ma perchè un cittadino non può venire da me per farsi difendere in Tribunale e DEVE andare in causa tramite un avvocato iscritto all’albo??
Per lo stesso principio perchè per andare in Cassazione ci vuole un avvocato Cassazionista e non un avvocato qualunque se non un laureato in legge con prtatica eseguita??
E noto che anche gli avvocati sono una casta ereditaria.
Così i dentisti: perchè per farsi una curare una banale carie si deve nadare dal dentista e non si può andare dall’odontotecnico?
Ecco avvocato essendo io praticante mi interesserebbe liberalizzare la professione di avvocato più che quella di notaio.
Daniele
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