TV: non usarla

L’Italia, dal punto di vista scientifico, costituisce un ottimo esempio di verifica di quanto sia molto più importante e determinante la cultura, nella modificazione del pensiero e nell’influenza, e, dunque, della politica di un paese. Gli ultimi 15-20 anni ne sono un prodotto sperimentale di notevole rilievo. L’uso dei media per la creazione e diffusione di un certo tipo di modello culturale, (particolarmente emblematico quello femminile) esprime semplicemente, senza alcuna valutazione e giudizio di merito, che le vere rivoluzioni si fanno non insistendo con azioni sul modello politico, ma inserendosi ed agendo in maniera forte e determinante nel settore culturale.

Che non è poi quella che viene correntemente identificata nella cd. cultura di avanguardia e di élite, ma quella della comunicazione semplificata e non per questo rozza e di bassi contenuti. Il modello ideologico culturale che vi è dietro, infatti, è tutt’altro che rozzo, magari non condivisibile, ma altrettanto filosoficamente e tecnicamente elaborato, al pari di qualsiasi altro tipo di concezione culturale.

Semplicemente i fautori di tale modello hanno acquisito e capito la peculiarità e necessità di una sua semplificazione, per un suo efficace trasferimento e comunicazione. La chiave di volta, probabilmente è nell’utilizzo di un vocabolario semplificato, non saccente ed umiliante l’interlocutore lettore o spettatore che più facilmente riesce a riconoscere se stesso ed accogliere un messaggio semplice e farlo proprio. Non si tratta solo di condivisione di valori, ma probabilmente anche ed in gran parte di idonea modalità di comunicazione degli stessi. Poiché la semplicità linguistica è notoriamente considerata più attendibile di verità.

In questi ultimi anni è dato rilevare, inoltre, quale tecnica di affermazione del modello culturale suddetto, una continua denigrazione e attacco di quella che costituisce il baluardo della cultura di un paese, quali gli intellettuali professionisti, magari tacciati di comunismo, al fine di emarginarli dalla popolazione, riuscendo per tale via ad evidenziare e realizzare quello che Gramsci e Pasolini, avevano paventato e rimproverato alla classe intellettuale italiana, troppo narcisa, snob ed immatura dal punto di vista civico, in quanto troppo distante, indifferente alle proprie responsabilità politiche e culturali e priva della necessaria umiltà dei grandi.

La questione è storicamente nota ed il rimprovero della ignavia della classe intellettuale italiana, salvo qualche eccezione di Don Chisciottiana maniera, è arcinota ed ancora oggi costituisce, effettivamente, la ragione primaria del fallimento dell’Italia rispetto agli altri paesi europei più evoluti e ricchi economicamente, socialmente e culturalmente.

Gli anni ottanta si erano posti, nuovamente, come possibilità per questo paese di fare il balzo definitivo ed entrare, una volta per tutte, nella cerchia degli eletti, poiché al progresso economico doveva corrispondere un investimento radicale sul piano dell’istruzione, della ricerca e della cultura in generale, al fine di favorire lo sviluppo definitivo del fattore umano, che poi è l’unico che permette ai paesi europei economicamente più sviluppati di mantenere ed accrescere la propria posizione di preminenza (vedi Germania o la emergente Spagna che ha fondato nella professionalizzazione intellettuale dei propri cittadini il suo progresso economico).

Ciò vale ancor più per il nostro paese che privo di ogni risorsa energetica ha raccolto nella storia i suoi più grandi onori proprio per l’eccellenza di alcuni illustri concittadini: è proprio il fattore umano, la creatività, la capacità di ricerca della soluzione impossibile, l’inventiva e l’elasticità mentale il fattore di maggiore ricchezza del nostro paese, oltre ed a pari grado, le sue risorse ambientali, naturali e culturali.

Ciò che era un opportunità di investimento enorme, negli anni ‘80, non è stato ed il nostro paese ha sprecato una grande possibilità, essendo il periodo delle ‘vacche grasse’ ormai svanito. In effetti, oggi è certamente più difficoltoso e faticoso riuscire ad affermare l’importanza e preminenza della questione culturale per il nostro sviluppo economico, essendo che oggi la maggioranza della popolazione è impegnata quotidianamente alla sua pur importante questione della sopravvivenza materiale.

D’altra parte gli Stati Uniti, rappresentano a tal proposito un altro esempio di rilievo, considerando che le jatture economiche e politiche, degli ultimi anni, di questo paese, derivano certo da scelte politiche interne ed internazionali sbagliate, ma soprattutto da un calo strepitoso di considerazione dei valori culturali che incarnano e costituiscono la carta d’identità dello stesso. A circa quattro anni dalla guerra in Iraq e otto dall’attacco delle Torri gemelle (che hanno posto in grave discussione e parzialmente macchiato o forse demolito il modello culturale americano) si può certamente affermare che il mito americano è, se non annullato, notevolmente sbiadito.[1] Non a caso nella stessa campagna elettorale americana per le presidenziali 2008, si pone grande attenzione, per il rilancio del paese, anche al recupero dei valori americani e del primato culturale nel mondo di tale paese. Queste sintetiche considerazioni, non possono che determinare ad una conclusione fondamentale:

la vera rivoluzione non è nell’azione materiale, ma solo nel quotidiano incidere sulla cultura, che attraverso l’amplificazione comunicativa dei media contemporanei, diviene il vero strumento politico di azione. Ciò è più vero soprattutto poiché i cambiamenti politici e di organizzazione di uno Stato avvengono non per l’azione di uno o un gruppo limitato di individui, ma solo quando una notevole parte della popolazione offre il suo sostegno manifestando la condivisione di quelle scelte politiche che nulla sono se non condivisione degli individui di un determinato modello culturale e di prospettiva e visione futura della comunità di cui fanno parte.

Quello che effettivamente, ad esempio in Italia, una parte della popolazione radicalmente non sopporta di Berlusconi e delle persone che si uniformano al modello da questi rappresentato, è conseguente a ragioni non strettamente correlate alle scelte politiche da questi realizzate, ma soprattutto e direi quasi esclusivamente da una profonda avversione e ribrezzo per il modello culturale di cui si è fatto responsabilmente e coscientemente promotore, (favorendone l’esacerbazione). Il suo consenso è costruito soprattutto sulla constatazione che buona parte della popolazione italiana presentava una predispozione abbastanza pronunciata a tale tipo di modello culturale che storicamente ed innegabilmente ha rappresentato da sempre un aspetto tipico della identità italiana (seppur in passato controllato attraverso una continua stigmatizzazione pubblica e culturale).

Un modello culturale certamente deleterio per lo sviluppo effettivo economico e sociale di una qualsiasi comunità organizzata: ci si riferisce essenzialmente allo scarso senso civico, forte egoismo ed ignoranza, individualismo esasperato che da sempre non hanno mai costituito il motore di avanzamento di un paese, ma semplicemente gli elementi di regresso forieri dei peggiori mali di uno Stato quali, in particolare, la corruzione, l’instabilità e scarsa pacificazione sociale che certo non favoriscono la ricchezza economica di una comunità.

I paesi economicamente avanzati come ad esempio la Germania o la Svezia, pur incorporando anche tali aspetti di regresso (propri dell’essere umano in sé), da sempre svolgono azioni culturali, politiche e legali di forte contenimento e stigmatizzazione di tale modello culturale, e correlativa esaltazione e, quindi, promozione sin dalla prima infanzia del modello culturale informato al senso del dovere reciproco, senso civico, responsabilità individuale e di solidarietà umana che deve permeare una comunità (e che comporta necessariamente a volte, per la sopravvivenza della stessa comunità, la preferenza del ‘comune’ a discapito dell’individuale).

Non ultimo, aspetto importante è, poi, l’esaltazione della cultura e della conoscenza e, dunque, del merito di coloro che partecipano e contribuiscono in maniera determinante alla ricchezza economica e agli onori del paese (probabilmente qui gioca molto anche l’adesione passata di tali paesi al Protestantesimo).

Queste riflessioni conducono ad una ulteriore e conseguente considerazione, ad esempio, relativamente alla questione ‘Cina’, diritti umani e democrazia. Più di ogni altra cosa può incidere ed influenzare il percorso di questo paese verso la democratizzazione ed il correlativo rispetto dei diritti umani, non tanto una condanna politica diretta, quanto una stigmatizzazione continua ed incessante, operata dagli Stati occidentali, del suo comportamento, attraverso la denigrazione di quel modello culturale e politico, totalmente tirannico sul piano umano e parzialmente democratico solo nelle questioni di mercato.

Questo è il mezzo attraverso il quale si può efficacemente svelare, dunque, come il valore individuo, che dall’Illuminismo costituisce il fondamento e la pietra angolare dell’attuale struttura politica ed organizzativa degli Stati più avanzati e della stessa comunità internazionale, non è affatto condiviso da questo Stato.

Certo nessuno è vergine da deviazioni, e sicuramente anche molti paesi occidentali si sono allontanati da questo modello culturale illuminista, facendo prevalere degli elementi strettamente denigratori e svilenti l’essere umano, derivanti dall’elevazione del ‘denaro’ a valore primario nella valutazione del tutto, ma è pur sempre vero che questo, ancora oggi, è il principio ‘faro’ di tali culture.

Non a caso esse sono entrate in crisi quando hanno deviato fortemente dal percorso di sviluppo del valore supremo dell’Uomo. Si consideri ad esempio il modello americano fortemente in crisi per l’esaltazione estrema del materialismo che ha dimenticato e svilito l’essenza capitale di tale modello culturale direttamente figlio dell’Illuminismo. La stessa guerra d’indipendenza americana e, dunque, la sua autodeterminazione come Stato e conseguente Costituzione sono il prodotto diretto dell’Illuminismo.

C’è a nostro modo di vedere, dunque una sola strada da ricominciare per lo sviluppo umano del mondo e dell’Italia che è quella di una rafforzata azione culturale alla quale è da riconoscersi il motore primario di ogni progresso e sviluppo politico.

D’altra parte ogni modificazione materiale della nostra realtà è diretta ed esclusiva conseguenza delle nostre scelte personali e, dunque, del pensiero e spirito umano. L’azione di cambiamento deve, dunque, agire principalmente sul pensiero e lo spirito dell’uomo per poter conseguire delle modificazioni concrete sul piano reale e materiale come, ad esempio, nell’organizzazione e nel governo di una comunità, tecnicamente indicata con il termine politica.

Non è il pensiero politico che guida quello culturale, ma è vero il probabilmente il contrario. Oggi più che mai in un sistema tecnicamente evoluto di comunicazione globale.

Avv. Sabrina Liberatoscioli