Prefazione

In questi giorni mi è capitata una conversazione insolita. Parlavo con un’amica e studentessa di una facoltà orientata a formare persone deputate all’insegnamento e alla formazione. Era giù di morale, abbattuta da una serie di pensieri negativi nei quali dominava la preoccupazione e la delusione per la “riforma” Gelmini, che a suo parere gli avrebbe reso la sua futura laurea inutile. Questo soprattutto a causa dell’abolizione delle SSIS (Scuole Interuniversitarie di Specializzazione), oltre chiaramente agli ingenti tagli ai fondi. Dopo queste parole, con un po’ di malizia, gli ho chiesto chi aveva votato alle ultime elezioni politiche e, eludendo inizialmente la domanda, con non poco imbarazzo mi ha risposto “beh… sai come la penso…”.  Così le ho detto: “hai votato Berlusconi?” e lei: “più o meno…”. Debbo dire che a memoria d’uomo non mi viene in mente nessuna persona che abbia provato un tale disagio nel rivendicare il voto a un partito di destra o a Berlusconi stesso (gli elettori abituali del PDL sono in genere convinti del proprio orientamento politico). Anche quando si parla di inciviltà giuridica come le tante leggi ad personam, non siamo abituati alle indignazioni dal popolo di centrodestra. Al massimo sentiamo dire “tanto anche gli altri non sono santi“.
In questi giorni, come se non bastasse, ho ricevuto da un’altra studentessa la sollecitazione a partecipare alla manifestazione del 30 ottobre contro l’amatissima Gelmini. Da una studentessa di destra, “storicamente” schierata nei nostri dibattiti politici nella facoltà in cui studiamo.
Verrebbe da pensare ad un mondo all’incontrario, ad una situazione singolare, per non dire anomala. Ma poi riflettendo la questione è semplice e naturale: quando è a rischio il proprio futuro le ideologie e le simpatie personali svaniscono nell’angoscia. La gran parte degli studenti sono contro questa legge irresponsabile, anche perché molti hanno la possibilità di eludere l’addormentamento mediatico della politica e possono così informarsi con fonti alternative a quella scatola chiamata Televisione, il mezzo che ha permesso ai politici di ammaestrare i giornalisti come cagnolini e ha trasformato i telegiornali in luoghi autogestiti del governo e dei parlamentari poco onorevoli.

Fabio Andrea Petrini,
direttore responsabile di www.giornaledigitale.net

Presentazione esposta dalla professoressa Giulianella Coletti (docente di Matematica all’Università degli studi di Perugia) mercoledì 15 ottobre 2008 in aula I1 del dipartimento di Fisica: Legge Gelmini – Impatto su Università e Ricerca.

La chiamiamo riforma?

Una analisi dell’impatto che la riforma avrà sulla scuola media inferiore e superiore.

del Prof. Carlo Menichini

Se qualcuno dovesse riassumere, magari fra qualche anno, il senso generale della “riforma” Gelmini della scuola, di che cosa parlerebbe?

Se ci poniamo questa domanda, forse riusciamo a impostare un ragionamento sereno e calmo, e a capirci davvero qualcosa. Le reazioni di questi giorni sono sicuramente emotive, sia nella approvazione che nella disapprovazione dei provvedimenti, e credo non aiutino uno spettatore esterno a capire la vera dimensione dei problemi. Una breve analisi di alcuni aspetti di questi provvedimenti non può dunque che aiutare. La cosiddetta riforma arriva tramite provvedimenti identificati da numeri, il 133 e il 137.

La legge 133

133 è il numero della legge che ha convertito il Decreto 112. E’ una di quelle ultraleggi nelle quali c’è tutto, dai provvedimenti tagliacarta alla TAV al cinque per mille e tutto quello che ci può venire in mente.

Comunque il testo parla anche di scuola, e porta tante conseguenze nel mondo dell’istruzione.

Titolo della legge:

disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria.

Bene, vuol dire che si parla di scuola in funzione dello sviluppo.

Capo V
Istruzione e ricerca

Art. 15.
Costo dei libri scolastici

In sostanza, l’articolo dice che i libri di testo dovranno essere disponibili in versione digitale, per “potenziare la disponibilità e la fruibilità a costi contenuti”, e che il Ministero stabilirà il prezzo dei testi per la scuola primaria e i tetti di spesa per ogni anno di scuola secondaria.

Ci sono altri articoli sull’università, per i quali qualcuno più preparato di me può fare un discorso a parte. Della scuola, nel Capo V non si parla più.

Più sotto, invece, la scuola è torna in questo modo:

Titolo III
STABILIZZAZIONE DELLA FINANZA PUBBLICA

Capo II
Contenimento della spesa per il pubblico impiego

Art. 64.
Disposizioni in materia di organizzazione scolastica

Come dire, prendiamo dei provvedimenti sulla scuola perché da qualche parte i soldi bisogna risparmiarli. Mica perché la scuola va migliorata.

Ipotesi polemica? Andiamo a guardare la sostanza.

  1. Il primo intervento è la riduzione del personale. Personale docente e non docente.

  2. Per procedere alla riduzione del personale docente si pensa a varie misure, tra cui “ridefinizione dei curricoli vigenti nei diversi ordini di scuola anche attraverso la razionalizzazione dei piani di studio e dei relativi quadri orari, con particolare riferimento agli istituti tecnici e professionali”.

Ricordo che tra le prime dichiarazioni della ministra Gelmini ce ne fu una che apprezzai molto. Diceva infatti che la scuola deve migliorare, perché le statistiche nazionali e internazionali rilevano scarsi risultati degli studenti, anche in confronto con quelli di altre nazioni.

Poi si è spostata sul terreno della qualità dell’istruzione al sud, e anche questo ci può stare. Si può iniziare un ragionamento dicendo “le scuole del sud non preparano bene” per proseguire con “e quindi vanno potenziate”. No, il discorso è finito lì. Già l’aria che tirava non prometteva niente di buono. “Le scuole del sud preparano male”. Fine della storia. Il preludio per un intervento di “riduzione degli sprechi”.

Ora, per parlare di riforma sarebbe opportuno presentare un disegno organico, di sistema, che comprenda magari anche norme e leggi esistenti, per disegnare un quadro di insieme diverso. Se davvero si vuole riformare la scuola – e il cielo sa quanto ce n’è bisogno – è da una visione di insieme che si deve iniziare.

(Gli esperti di studi sulle organizzazioni ci dicono che a muoverci nel dare forma ad una organizzazione è una visione: quella che esce da questa legge è piuttosto cupa, fatta di tagli ad un organismo improduttivo, sterile, inefficiente ed inefficace).

Insomma, per parlare di riforma ci vorrebbe una legge che pensasse di riformare, e non una che parte dal principio di risparmiare. Non che non ci sia bisogno di risparmio, per carità, ma è nel rifare il disegno complessivo della pubblica istruzione che si possono trovare quelle economie che non impoveriscono la capacità di intervento del sistema sui destinatari ultimi, cioè gli studenti.

Per chiarire: perché invece di considerare come primo punto il rapporto numerico tra studenti e insegnanti (L.133 art. 64: “Ai fini di una migliore qualificazione dei servizi scolastici e di una piena valorizzazione professionale del personale docente, a decorrere dall’anno scolastico 2009/2010, sono adottati interventi e misure volti ad incrementare, gradualmente, di un punto il rapporto alunni/docente, da realizzare comunque entro l’anno scolastico 2011/2012”) non si verifica il rapporto tra fondi stanziati, effettiva capacità di spesa e interventi concreti sui destinatari? Perché non si va a vedere come vengono spesi i soldi stanziati per progetti nazionali dei quali la ricaduta reale è prossima allo zero?

La “riforma” parte da una legge di contenimento di spesa. Di ciò che serve ai giovani in termini di istruzione non si parla, se non per frasi generiche senza conseguenze concrete.

Se la riforma parte dalla legge 133, essa è targata Tremonti e non Gelmini.

Ultima annotazione sulla 133: il “particolare riferimento agli istituti tecnici e professionali” non lascia tanto tranquilli; nella mia esperienza le scuole professionali e tecniche sono quelle che offrono opportunità lavorative più immediate. Ricordo anche che la Confindustria ha sempre spinto per un potenziamento della istruzione professionale e tecnica. Ora che il Ministero si impegna in modo particolare, sulla scia della riforma Moratti che prevedeva riduzione del peso delle discipline di indirizzo e delle ore di laboratorio, ho timore che alla fine vedremo un impoverimento complessivo della offerta di istruzione e formazione orientata al lavoro.

No, non si parla di sviluppo. Si parla di tagliare ciò che non serve. La formazione è una spesa inutile.

Il decreto 137

l decreto 137 arriva dopo il decreto 112, poi convertito in legge 133. Questo decreto – ora in fase di conversione in legge – riporta i voti alle elementari e medie (al posto dei giudizi) e la soglia del voto di condotta per la promozione, che promuove l’insegnamento della costituzione, che ripristina il maestro unico, che stabilisce che i libri di testo non possono cambiare con tanta frequenza come oggi.

I voti al posto dei giudizi non cambiano poi tanto il quadro delle scuole. Se ci sono problemi nell’impostare la valutazione, e nel gestirla, credo che usare numeri o indicatori a parole sia la stessa cosa. Sembra più che altro un richiamo alla severità di giudizio. Anche perché il decreto dice che per essere promossi (parliamo di elementari e medie) bisogno avere la sufficienza in tutte le materie.

Il voto di condotta è un rafforzamento del potere coercitivo della scuola sugli studenti. Il che ci può stare, visto che oggi, anche in presenza di comportamenti gravi, le procedure di intervento sono lente e producono spesso interventi inefficaci. Solo che bocciare uno studente per il comportamento vuol dire intervenire sul problema al termine del periodo di istruzione, e non quando sarebbe necessario.

Mi spiego: supponiamo che ci sia uno studente insofferente delle regole, rissoso con i compagni, scorretto con gli insegnanti, impegnato a demolire l’autorità della scuola per affermare la propria. Il voto finale di condotta può determinarne la bocciatura, ma intanto il danno è fatto.

Questo voto può servire da deterrente, ma, per l’esperienza che ho, questo deterrente può funzionare solo per chi nell’istruzione ci investe qualcosa. Uno studente che non chiede niente alla scuola difficilmente si fa spaventare dalla minaccia della bocciatura.

L’insegnamento della costituzione è un po’ un mistero, perché il decreto parla di “azioni di sensibilizzazione e di formazione del personale finalizzate all’acquisizione nel primo e nel secondo ciclo di istruzione delle conoscenze e delle competenze relative a «Cittadinanza e Costituzione», nell’ambito delle aree storico-geografica e storico-sociale e del monte ore complessivo previsto per le stesse”. Detto così vuol dire che si ha l’intenzione di fare qualcosa, ma non si sa bene né come né quando.

Comunque, insegnare i diritti, la cittadinanza e la costituzione hanno poco a che vedere con il contrastare il bullismo, come è stato scritto e detto in modo tanto superficiale. Che i cosiddetti bulli possano essere riportati sulla via della correttezza dei comportamenti dall’insegnamento dei principi di convivenza e dei diritti mi sembra una sciocchezza. Forse ci può credere chi nella scuola proprio non ci entra da decenni. Ma una persona di buon senso capisce che nessuno diventa delinquente perché non gli è stato insegnato il diritto.

Il maestro unico è così spiegato:

Art. 4.
Insegnante unico nella scuola primaria
1. Nell’ambito degli obiettivi di contenimento di cui all’articolo 64 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, nei regolamenti di cui al relativo comma 4 e’ ulteriormente previsto che le istituzioni scolastiche costituiscono classi affidate ad un unico insegnante e funzionanti con orario di ventiquattro ore settimanali.”

Se qualcuno dicesse che il maestro unico corrisponde ad una scelta pedagogica e non di tagli di spesa, sarebbe disinformato, o forse in cattiva fede.

L’art. 64 della legge 133 parla di tagliare il personale della scuola.

L’art. 4 del decreto 137 dice che, in attuazione dell’articolo di cui sopra, si torna all’insegnante unico. Abbastanza chiaro.

Quanto ai libri di testo, il decreto impone (per quel tanto che una legge può) la non sostituzione per cinque anni, e rinvia alla legge 133. Questo capitolo dei libri non ha sollevato polvere, non ha richiamato attenzione.

Forse per sfiducia, o forse perché il problema non è così vistoso.

Conclusione

E’ arrivata una riforma fatta di tagli e risparmi, fatti senza badare a nient’altro che a fare cassa. Senza pensare neanche per un attimo alla qualità del sistema istruzione, che avrebbe bisogno di un forte impulso, e di rotture forti dal punto di vista culturale e organizzativo.

L’insieme della manovra sembra leggibile in questo modo: così la scuola non funziona, meglio chiuderla. Forse un giorno vedremo spuntare belle scuole private, per chi ha i mezzi per investire sul futuro dei figli, e la scuola pubblica sarà riservata agli sfigati senza distinzione di sesso, razza e religione. Fino a quel giorno, se le cose continuano così, vedremo un sistema agonizzante e astioso.

Astioso perché il condimento di tutta la manovra è un messaggio chiaro, semplice, diretto: la scuola è fatta da fannulloni, incompetenti e arroganti, che guadagnano troppo per quanto lavorano e non sono capaci di insegnare niente di buono. Ai miei tempi sì che…

Il fatto è che l’Italia è un paese vecchiotto e che ha paura di andare avanti. Meglio andare indietro, per cercare certezze perdute. Il mondo però non ci aspetta, e dovremmo sbrigarci ad adattarci alle situazioni nuove. Quasi venti anni fa si introdusse la autonomia delle scuole come nuova modalità di autoregolazione del sistema. In realtà, un passo dietro l’altro, un decreto oggi e un regolamento domani, l’autonomia è stata sterilizzata, da destra come da sinistra.

Intanto la scuola ha bisogno di un rinnovamento, di guardare oltre i propri limiti, di lanciarsi in un’avventura. Ne ha bisogno per se stessa, per ritrovare slancio e voglia di guardare al futuro. Ne ha bisogno per i giovani di questo paese, che hanno diritto a vivere un futuro. Ne ha bisogno per il paese intero, perché lo scarso livello di istruzione è figlio della scarsa considerazione della cultura, e il presupposto per il declino.

E invece, la scuola si trova stretta tra la mutilazione imposta da questo governo e la conservazione dell’esistente. Sarebbe bello un giorno non dover scegliere tra due mali.

Prof. Carlo Menichini,
dirigente scolastico dell’Istituto di Istruzione Superiore “Marco Polo” comprendente le seguenti scuole:
Istituto Professionale per i servizi Turistici e Commerciali (IPSTC) con sede a Basti Umbra (PG);
Istituto Professionale per l’Industria e l’Artigianato (IPIA) con sede a S. Maria degli Angeli;
Istituto Tecnico Industriale (ITI) con sede a S. Maria degli Angeli.
Cura la sezione “scuola italiana” di www.giornaledigitale.net

Ateneo in protesta permanente contro il Decreto Gelmini

Una testimonianza di una studentessa siciliana

di Francesca Ruisi

Poco amato il Decreto 133. Poco apprezzato da molti. Ignorato da alcuni e detestato dai più. Talmente discusso da esser riuscito a far scendere in piazza i docenti a fianco degli studenti. Tutti in fila dietro il feretro dell’università pubblica sfilato nei giorni scorsi per le vie del centro storico di Palermo. Un tam- tam senza fine. 15.000 le presenze. Presenti tutte le facoltà, pochi assenti. L’aria da maggio francese si sentiva a partire dagli slogan “La lotta è dura e non ci fa paura”. Oppure una dichiarata guerra alla riforma Gelmini: “Se non cambierà lotta durà sarà”. Da due giorni l’università di Palermo è ufficialmente in stato d’agitazione. Il Senato Accademico ha deliberato la totale contrarietà alla proposta del governo di tagliare più di 1 miliardo di euro di fondi ordinari e ha richiesto la revoca immediata del Decreto 133 che potrebbe essere convertito in legge il 31 ottobre, giorno in cui verrà discusso alla Camera del Senato. In particolare i vertici accademici hanno sottolineato il totale rifiuto nei confronti della possibilità che l’ateneo palermitano possa trasformarsi in fondazione di diritto privato. Una tale riconfigurazione a fronte di una riduzione dei fondi ordinari di natura pubblica costringerebbe le università italiane a ricercare finanziamenti da enti privati e a nutrirsi di risorse strettamente interne. Prime fra tutte le rette universitarie. Ciò potrebbe determinare un aumento non definito delle tasse di iscrizione con conseguente esclusione delle fasce meno abbienti che ancora oggi hanno comunque la possibilità di frequentare un corso di laurea. Dinnanzi al profilarsi di scenari di università aziendalizzate si innestano le motivazioni del Ministro dell’Istruzione Gelmini che giustifica la manovra come necessaria per un miglioramento del sistema scolastico nazionale. Fa comunque molto discutere la proposta del premier Berlusconi di inviare l’esercito presso i licei e le università occupate. Nell’ateneo palermitano la parola d’ordine è informazione, seguita da sensibilizzazione. Foltissimo il programma dei prossimi giorni. Lezioni in piazza presso luoghi simbolici della città per diffondere una maggiore consapevolezza civica in merito al decreto 133 che investe la maggior parte, se non la quasi totalità della società civile. Assemblee permanenti saranno presenti in ogni facoltà fino al 31 Ottobre. La Facoltà di Lettere e Filosofia insieme a quella di Scienze hanno autorizzato la sospensione delle regolari attività fino a fine mese per dare spazi di ampio respiro a proposte di riflessione su come attivare la protesta nei prossimi giorni. In Viale delle Scienze c’è chi auspica la sospensione dell’anno accademico e chi il blocco totale. In generale si è registrata una certa trasversalità nelle posizioni anti-Gelmini. “Studenti di sinistra e destra uniti contro la 133″ cita uno dei tazebao materializzatisi lungo il serpentone che martedì ha paralizzato il centro storico di Palermo. Nei cortei degli scorsi giorni assenti bandiere e simboli politici, mentre solidarietà è stata espressa da Rita Borsellino. La probabilità di occupazione dei locali dell’università resta alta, ma sono ancora in discussione altre ipotesi di forme alternative di protesta. Sono attesi ulteriori risvolti nei prossimi giorni.

Francesca Ruisi,
collabora con la redazione di Radio Time e scrive per il portale www.palermo24h.com occupandosi di costume, società e cronaca.