Mi è capitato per caso in mano, riordinando appunti di studio di qualche anno fa, il testo della legge 59 del 1997 sulla riforma della Pubblica Amministrazione, nota come legge Bassanini. Nel 1997 questa legge pone l’obiettivo di “riordinare e potenziare i meccanismi e gli strumenti di monitoraggio e di valutazione dei costi, dei rendimenti e dei risultati dell’attività svolta dalle amministrazioni pubbliche”. Più nello specifico si indica “l’obbligo di adottare procedure e strumenti di verifica e valutazione della produttività scolastica e del raggiungimento degli obiettivi”. Nel 2007, il 21 settembre, il Ministero presenta il Quaderno bianco sulla scuola dove si afferma l’esigenza di strumenti specifici di valutazione. Dieci anni dopo, si riafferma l’esigenza. Dieci anni passati a filosofeggiare se la valutazione di un sistema complesso è possibile, se produce risultati utili, dieci anni passati a puntualizzare ogni singolo aspetto che rende critica la valutazione. Perché come si fa a valutare un bravo insegnante, un bravo dirigente, o un intero gruppo, una scuola, una rete di istituzioni, eccetera?

La scuola, ogni scuola, vive di valutazione. Si valutano i saperi, le competenze, le capacità degli studenti, ed anche il loro comportamento, il grado di adesione al progetto della scuola. Gli insegnanti vivono valutando. Ma non ritengono di poter essere valutati. Spesso addirittura si dice che la valutazione non è, anche teoricamente, possibile. Dunque la parola valutazione ha un senso se riferita alla misurazione delle performance degli studenti, e anche al loro modo di essere nell’edificio scolastico, e un altro senso se si intende come misurazione della performance di un docente, di un gruppo, di un istituto scolastico.

Un ministro propose di legare gli aumenti salariali degli insegnanti alla valutazione sulle loro conoscenze del sistema scuola. Da parte di tutto il mondo sindacale – o quasi – si levarono scudi, grida e minacce. Grida che riflettevano gli umori di insegnanti scettici e permalosi. Poi, è ovvio, toccò al mondo politico. Infine il ministro si dovette dimettere.

Chi valuta i valutatori? Cioè, chi mette il voto a chi normalmente mette voti?

Eppure c’è una certa coscienza del fatto che si debba premiare chi lavora meglio, si tratti di una singola persona o di un’intera organizzazione (per l’appunto, una scuola). La legge Bassanini lo dice abbastanza chiaramente (ma Bassanini ormai pare sia più popolare in Francia che in Italia). Una legge ottima, dopo la quale i soliti inceppamenti e, alla fine, qualche ritocco e tutto come prima.

Efficienza ed efficacia, sempre per citare i termini delle leggi che avrebbero dovuto riformare la PA, sono due parametri utili quando si tratta di valutare. L’efficacia corrisponde ai risultati raggiunti rispetto ai risultati attesi. Una cosa è efficace quando riesce a fare quanto voluto. Per efficacia insomma si intende il raggiungimento degli obiettivi e la soddisfazione degli operatori e degli utenti.

L’efficienza corrisponde alla capacità di impiegare bene le risorse per svolgere il compito assegnato. Il risultato dell’efficienza si rappresenta in termini di attivazione e impiego delle risorse. L’efficienza quindi si riferisce all’aspetto di economicità di un processo.

Valutare l’efficacia di un insegnante, o di un dirigente, o di una scuola, vuol dire verificare fino a che punto egli – o essa – sia riuscita a produrre gli effetti desiderati. Gli effetti desiderati – i risultati attesi – non possono certo essere astratti, ma devono essere stabiliti nel concreto del contesto in cui si opera. Cioè, prima bisogna fissare obiettivi praticabili, poi si può misurare l’efficacia di un intervento. Un conto è raggiungere la quota del 30% di rifiuti riciclati dove si è al 25%, un conto è farlo a partire dal 2%. Essere al quarto piano vuol dire poco, in sé: dipende se si scendono le scale, se si sale con l’ascensore, se si precipita dal balcone.
Difficile, non impossibile. Difficile e costoso. Macchinoso, anche. Può facilmente succedere che si impiegano più tempo e soldi per fissare obiettivi e verificarne il raggiungimento che per lavorare per realizzarli, questi obiettivi.

Valutare l’efficienza – di un insegnante, di un dirigente, di una scuola – è invece diverso. Vuol dire stabilire non gli obiettivi da raggiungere, ma una strategia di impiego di risorse. Non porsi nell’ottica di risolvere un problema, ma in quella di sviluppare qualcosa di nuovo. Ma di quali risorse si parla? Risorse professionali, nel caso di individui, risorse umane e materiali nel caso di un’organizzazione.
Si può fare un repertorio di queste risorse? Si può decidere cosa deve esserci nel bagaglio di una persona che lavora nella scuola perché faccia bene il proprio lavoro? Si può immaginare che un individuo, a partire da quello che sa, che sa fare, da quello che è, decida di impiegare bene le proprie risorse e poi, su questo, venga misurata la sua capacità? La capacità di impiegare bene le risorse, e magari di arricchirle. Di studiare, acquisire nuove abilità, nuove competenze, sviluppare il proprio potenziale.
Si può, certo che si può. E’ difficile, ma si può. Per riassumere tutto in un solo concetto, si tratta di misurare la tensione al miglioramento di sé e della propria professione.

Valutare l’efficacia di un insegnamento – del modo di lavorare di un docente – è invece più arduo. In teoria bisognerebbe misurare il grado di competenza iniziale di uno studente, e poi quello finale. Ma in mezzo ci sono un gran numero di fattori non controllabili – il contesto familiare, quello sociale, eccetera.

Si può però valutare l’efficacia di un sistema scolastico limitato – una scuola – a partire da risultati che si vogliono ottenere. E chi li stabilisce questi risultati? Chi amministra la società, a tutti i livelli. Chi vuole che la scuola serva a qualcosa.
Invece che lasciare le singole scuole a pensare se stesse, chi governa – o dice di governare – la società dovrebbe fissare obiettivi praticabili, per raggiungere i quali le istituzioni scolastiche potrebbero fornire le competenze “tecniche”, la cultura professionale, gli strumenti culturali.
E chi valuta, alla fine, sarebbero proprio le istituzioni di governo della comunità locale.
Esse potrebbero dire molto sulla efficacia, mentre le singole scuole potrebbero dire molto sulla propria efficienza.
Scopriremmo allora che la valutazione è uno strumento per migliorare se stessi, ogni soggetto la vivrebbe non come giudizio selettivo ma come tappa per decidere dove andare a incidere per avere un miglioramento effettivo.
E ognuno sarebbe chiamato a rispondere – a se stesso, alle persone con cui lavora insieme, alla comunità di cui è parte – di come ha impiegato le proprie risorse, e di come ha pensato di arricchirle, queste risorse.

Questo purtroppo non accade. La scuola non è valutata, solo criticata. Chi nella scuola resiste contro la valutazione la espone alle peggiori critiche, e le impedisce di vivere una valutazione che non le farebbe che bene.

Dire no alla valutazione della scuola vuol dire assumersi la responsabilità di confermare che in fin dei conti la scuola serve a poco o niente.

Prof. Carlo Menichini,
dirigente scolastico dell’Istituto di Istruzione Superiore “Marco Polo” comprendente le seguenti scuole:
Istituto Professionale per i servizi Turistici e Commerciali (IPSTC) con sede a Basti Umbra (PG);
Istituto Professionale per l’Industria e l’Artigianato (IPIA) con sede a S. Maria degli Angeli;
Istituto Tecnico Industriale (ITI) con sede a S. Maria degli Angeli.